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Una sezione del PCI e il misterioso Pablo

 

Ma perchè questa foto continua ad ossessionarmi? E' stata scattata quasi due anni fa in uno spazio del mio quartiere, nel quartiere Tor de Schiavi (zona Prenestino - Centocelle9, che ha avuto destinazioni diverse,frutto della storia tumultuosa della sinistra in questi anni. In questi giorni, mi sono chiesto spesso perchè la foto ha continuato ad infilarsi clandestinamente nella mia fantasia.

Banalità delle biografie

Il primo motivo poteva essere quello banalmente biografico: in quel sottoscala ho trascorso complessivamente - prima tra il 1985 e il 1992, e poi tra il 2005 e il 2009- quasi dieci anni della mia vita. Ma troppo ovvio. Come mi è capitato di raccontare altrove, il mio impegno politico si era svolto già prima - dal 1967 al 1972 - in una celebre sezione del Pci romano, nella zona Esquilino, segnata dalla scissione del gruppo del Manifesto (oggi è scomparsa). Poi dal 1972 al 1978, mi ero spostato in una piccola sezione nel quartiere di Nuova Gordiani, sempre al Prenestino: e anche questa non esiste più!
Quegli anni splendidi e dolorosi, spesso segnati dal sangue e da mille ambiguità, appartengono ormai al secolo passato e mi sembrava ripugnante sporcarli con ricordi narcisisti. Il passato deve servire a capire meglio i doveri del presente, se ci si riesce: altrimenti, è bene che i morti seppelliscano i morti!

Potenza della fotografia


Invece la foto del mio amico Rocco è arrivata a raccontare benissimo, in modo sintetico, gli eventi che tanti di noi hanno consumato nelle proprie viscere: la fine delle identite politiche nella forma ideologica; la scomparsa delle culture popolari e dei quartieri storici, cominciata già nel 1968 e durata almeno sino alla morte di Pasolini e al 1977 (per usare due date-simbolo). Dopo, le sezioni del Pci non riuscirono più a conservare quella capacità di essere insieme terminale di un grande partito politico e specchio delle passioni di un popolo alla ricerca di una emancipazione.
Vissero, con dignità e fratture rabbiose, la lenta consunzione delle speranze di quindici anni. L' apocalisse sociale, che mutò le forme del lavoro e i modi di vivere, si rovesciò su quell' idea totalizzante della lotta politica, che anche le sezioni vivevano. Vi scontravano da tempo due aspetti, che ne decretarono la fine : un nucleo prezioso di generosità e dedizione ai bisogni collettivi e una crescente corruzione conformista di alcune fasce sociali.
Ma queste considerazioni sono scontate. Come spiegare allora il fascino di una foto che racconta la commozione di quel rosso straccio di speranza, di pasoliniana memoria, e l' ironia dei Blues Brothers, che ci invitavano a guardare la realtà con occhi più disincantati. Tra le tante suggestioni, una è stata risvegliata stasera dalla lettera di un 'amico, ed è la storia dello spagnolo Pablo, arrivato all' improvviso nelle stanze buie della sezione Esquilino nel 1969.

 

Anche nel 1969 Via Cairoli a Roma era un budello stretto, segnato dagli scarichi delle macchine e da rumori orrendi. La sezione del Pci si trovava proprio alla fine della strada, a due passi dal tunnel che conduceva al popolare quartiere di S. Lorenzo e all' Università. Una posizione strategica che favoriva l' afflusso degli iscritti provenienti dal mondo intellettuale: studenti e docenti universitari.
Personalità dubbiose e inquiete che nel dibattito interno al partito si schieravano naturalmente sulle posizioni di Pietro Ingrao. Per prima cosa il segretario della sezione - un funzionario di partito, spiritoso e dissacrante- mi raccontò con orgoglio la storia del circolo: " Qui sono stati dirigenti e segretari Umberto Cerroni e Lucio Colletti, sono i nostri migliori studiosi ".

La realtà: finalmente!

Nel circolo erano presenti non solo gli intellettuali di gran nome, ma gli operai della Centrale Comunale del Latte - poco lontana - e i proprietari dei banchi del mercato più celebre di Roma, quello di piazza Vittorio. Si comprenderà perche mi trovai da subito a mio agio ( o almeno cosi credevo). Per uno studente senza radici di una famiglia povera in canna era il mitico, agognato contatto con la realtà! Finalmente ci si poteva identificare con il popolo, con i suoi problemi concreti: l' aumento dei prezzi al mercato, il salario dei contratti operai, lo scempio urbanistico del centro storico. La politica insomma, quella con la P maiuscola.
Dopo tanti anni di discussioni e studi però mi rimangono a lungo nella mente più che i concetti le storie degli esseri umani. Una di queste - quella più affascinante e in fondo grottesca - è il misterioso passaggio a Roma di Pablo.

Un rivoluzionario spagnolo tra noi

Era un uomo baffuto, di corporatura magra, che scese una sera le scale della sezione, presentandosi subito come un militante comunista spagnolo, ricercato dalla polizia franchista. Si era rifugiato prima in Francia e poi in Italia: arrivato fortunosamente a Trieste, era stato ospitato da Vittorio Vidali, mitico dirigente della guerra civile del 1936, che gli aveva consigliato di venire a Roma.
Accolto come un eroe, Pablo divenne un membro attento della nostra vita politica di quartiere: partecipava alle riunioni sino a notte e alle cene che ogni fine settimana segnavano la continuazione delle discussioni. Riunioni affollate ed allegre, piene di rissosa faternità, in cui si rompevano e si ricostruivano amicizie e amori.
Si pose subito un problema pratico. Pablo non aveva un soldo e non poteva lavorare come clandestino, per di più senza documenti. Per un mese, forse più, fu ospitato e nutrito a turno dai compagni che avevano una casa libera. Pablo era prodigo di racconti romanzeschi sulle sue avventure politiche: il carcere, la fuga attraverso i tetti, gli inseguimenti della polizia, poi l' arrivo in Francia attraverso i Pirenei.

Il mistero si svela

Infine,una sera, il segretario scese le scali fatiscenti con occhi furenti. Fummo tutti convocati ad una riunione d' urgenza, ove, tra urla e rimproveri, fu svelato il mistero: " Pablo è un provocatore, non ha mai conosciuto il partito comunista spagnolo e nemmeno Vittorio Vidali !!!".
L' uomo scomparve e non lo vedemmo mai più. Lo sgomento per l' ingenuità dimostrata ci perseguitò per mesi. Avevamo violato un dovere sacro del militante: la vigilanza rivoluzionaria contro le provocazioni. Non sapemmo mai nulla dell'esito di quella vicenda. Pablo era un vero agente della polizia segreta che tentava di infiltrarsi nel partito? O forse solo uno scroccone che cercava da mangiare a sbafo?. Allora il controllo dall' alto dell' organizzazione del partito era un fatto molto serio e a noi non venne detto nulla.
Poi le vicende politiche presero il sopravvento e dimenticammo Pablo e la sua vicenda farsesca o forse tragica. Stasera la frase di un caro amico me l' ha riportato alla memoria. Raccontarla è stato anche un modo per esprimergli la mia gratitudine.I suoi racconti, veri o inventati che fossero, ci avevano introdotti ad alcune emozioni da adulti: la violenza della politica; un frammento di storia del mondo; lo spirito di avventura. E sopratutto l' ambiguità della natura umana.
Ma per capire quest' ultimo sentimento ci sarebbero voluti molti anni ancora, pieni di dolore e di delusioni.

 

di Umberto Brancia

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